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Si parla di

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L'uomo Calimero e altre catastrofi

 


Avete presente un eterno Calimero? Sì, quel celebre pulcino nero con il guscio d’uovo in testa che girava perennemente con l’aria dell’incompreso, ripetendo continuamente che “gli altri ce l’hanno con lui” e che la vita è ingiusta? Ecco, traslato nella realtà, è quell’uomo che si muove nel mondo con il mantello della vittima cosmica, ma vi assicuro che fa più danni lui di un meteorite.
​Ci sono uomini che arrivano nella tua vita con l'aria del reduce di guerra, trascinandosi dietro una scia di ex descritte come incroci tra Crudelia De Mon e l'esorcista, e ti guardano come se fossi un angelo sceso in terra. Quelli che ti dicono che li hai salvati da un futuro di solitudine chiusi in casa in vestaglia e con la barba sfatta. In quel preciso istante, la crocerossina che è in noi — quella che confonde l'amore con un centro di igiene mentale — si alza in piedi, indossa il camice bianco e dice: "Ci penso io".
​Grande errore.
​
Perché la verità è che certe persone non cercano una compagna: cercano un reperto umano su cui riversare le proprie insicurezze e un asilo nido con i turni di notte inclusi.


​Il festival delle seghe mentali (e dei pulcini bagnati)

​I primi anni di convivenza sono stati un capolavoro di equilibrismo emotivo. Da un lato c'era lui, un eterno Calimero con il mantello dell'incompreso: ore spese a rassicurarlo sulle sue capacità, a curargli i lividi dell'anima, a smontare le sue ansie cosmiche mentre lui fluttuava in un perenne, esasperante stato di tentennamento esistenziale. Dall'altro c'ero io, convinta che con la pazienza, l'ascolto e tonnellate di amore si potesse raddrizzare qualsiasi punto interrogativo umano.
​Curare le insicurezze di un partner è un lavoro a tempo pieno che non prevede ferie, tredicesima e, soprattutto, reciprocità.
​Lui, infatti, era un piede dentro e un piede fuori costante. Il classico "Non so se ti amo, non so se sei la persona giusta" che fa da colonna sonora a un rapporto in cui lui sparisce, torna, tentenna, e poi magari ti parla di matrimonio salvo poi frenare di colpo perché "non vuole fare una figura di merda risposandosi". Ma la verità è che quel famigerato ‘non so’ di un uomo non è mai un dubbio sentimentale o una crisi esistenziale, è una vigliaccata calcolata. Non è confusione, è un lusso che si prendono a spese tue. Ti raccontano che sono bloccati, che il passato li ha feriti, che hanno bisogno di tempo. Loro sanno benissimo chi sei, cosa provi per loro e quanto sei in grado di dare, ma molto semplicemente non hanno voglia di investire su di te. E quando incontreranno quella che gli interessa davvero, tutte le paturnie da ex traumatizzato svaniranno come per incanto e andranno dritti all’altare.

È triste da accettare, ma le sue non erano paure: tu eri solo il traghetto dove ha sostato tra una relazione e l’altra.


​La trappola dell'illusione (o della crocerossina perfetta)

​Con questi uomini passiamo anni a pensare che il problema siamo noi. Speriamo che, se solo lo ameremo un po' di più, se lo ascolteremo senza fiatare, se saremo un po' più brave, se litigheremo meno e faremo notare meno le cose che non vanno, allora lui prenderà finalmente una decisione.
​Spoiler: non succederà mai. Perché non è una questione di quanto sei brava tu, ma di quanto è profondo il loro egoismo. In quel mondo sbilanciato esistono solo i loro problemi, le loro menate, le loro esigenze. E tu devi solo fare in modo che la vita giri intorno al loro benessere.
​Credere che amando di più un uomo irrisolto lo si salverà è come tentare di riempire una vasca da bagno senza aver messo il tappo: sprecherai solo acqua e alla fine un bagno caldo non te lo potrai mai fare.


​Quando la crocerossina si ammala (e il paziente scappa)

​Poi, la vita fa saltare il banco. Nel bel mezzo di un trasloco voluto da lui per avere "più spazio" (in una casa che costava il doppio), il mio corpo decide di spegnersi. Ricoveri, esami invasivi, la paura che ti morde lo stomaco ogni volta che aspetti un verdetto che può devastarti la vita. Dopo un anno intero passato all’inferno arriva il verdetto: malattia cronica e incurabile.
​Mentre io mi barcamenavo tra il dolore cronico, lo scetticismo di chi pensava stessi fingendo (colleghi compresi, impegnati nel toto-diagnosi) e le lacrime in ginocchio sul tappetino del bagno, consolate da una pacca sulla spalla — sì, una pacca sulla spalla, avete capito bene —, il mio dolcissimo compagno di vita dava il meglio di sé.
​Davanti a una mia amica che gli chiedeva come stesse affrontando la cosa, la sua risposta è stata un monumento all'egoismo anaffettivo: "Sono preoccupato perché non possiamo più fare le cose che facevamo prima".
​Tradotto: la sua badante emotiva aveva appena rassegnato le dimissioni e lui era nel panico.
​Così ha iniziato a girare per casa cupo e incazzato, come se la mia condizione fosse un affronto personale al suo comfort, scusa se esisto. Mentre io tentavo di realizzare che la mia vita era cambiata per sempre, di studiare, di cercare risposte e di accettare che quella patologia sarebbe stata la mia nuova coinquilina non troppo silenziosa, lui non ha mai aperto una pagina Google per capire di cosa si trattasse, troppo occupato a definirmi "ossessionata" dalla mia stessa salute e dal mio desiderio di trovare una soluzione.
​Quindi, oltre a stare male fisicamente e moralmente, dovevo pure assorbire la sua rabbia cosmica; perché la sua sofferenza contava, la mia era solo un fastidioso imprevisto logistico.
​Ci sono amori che ti celebrano finché sei tu a reggere il mondo sulle spalle; ma appena crolli di un centimetro, scopri che la tua spalla era l'unico pilastro su cui si reggevano.
​
E così, a Natale, che per eccellenza è il momento perfetto per servire capolavori, eccolo che mi lascia, ma lo fa con la frase a effetto più abusata della storia dei codardi: "Io, in questo momento, non sono l'uomo che tu meriti. Ho bisogno di andarmene e stare da solo per diventare l'uomo di cui hai bisogno". (Sono ammesse grasse risate).
​Traduzione simultanea: me la squaglio prima che il conto da pagare diventi troppo alto.


​La cena della verità (e la campana d'allarme)

​Quella continua ambivalenza non era un semplice campanello d'allarme: era una campana d'allarme grande come una cattedrale, e io ho dovuto imparare a sentirla. O si sta dentro o si sta fuori.
​La nebbia si è diradata quando l'ho portato fuori a cena per un confronto adulto, a carte scoperte: "Guarda, se vuoi possiamo tentare di risolvere, io sono disposta a lavorare sul mio cinquanta per cento di errori, se tu sei disposto a fare altrettanto".
​La sua risposta? Il solito vuoto pneumatico. Il classico "Non lo so" di chi ha un piede dentro e uno fuori, perennemente incapace di prendersi la responsabilità di una scelta netta.
​Dopo tre mesi di tentennamenti, ho capito che avrei dovuto lasciarmi da sola, nel senso che ‘l’eterno indeciso’ sarebbe rimasto in quel limbo a sfogare la sua rabbia su di me fino alla notte dei tempi, a meno che non fossi stata io ad accompagnarlo a chiudere il cerchio.
​“Cos’è che non sai di preciso? Tu vuoi ancora stare insieme a me?" gli ho chiesto.
​"No" ha risposto lui.
​"Allora te ne devi andare".
​Ecco, la vera magia è successa lì. Nelle storie passate, davanti a un abbandono, le mie ferite infantili mi avrebbero spinto a supplicarlo, a inseguirlo, a elemosinare un ritorno, ma la psicoterapia, per fortuna, mi aveva dato gli strumenti per salvarmi la pelle. Questa volta, quando ha detto "no", io non l'ho inseguito. Gli ho semplicemente detto di andare.


​A volte ritornano (quando il meglio deve ancora venire)

​Lui se ne va con la scusa di "diventare l'uomo che meriti" ma, dopo poco, mentre io cercavo di gestire la mia non autosufficienza fisica, il dolore per la fine della relazione e, come se non bastasse, una pandemia globale, lui inizia a scrivermi. Messaggi in cui mi dice di essere molto giù di morale, di avere dei dubbi, di fare brutti pensieri, di non trovare più un senso per vivere. Solitudine totale e dolore cronico h24, vorrei ricordare, ma il senso per vivere non lo trovava lui, circondato dall’affetto della sua famiglia e sano come un pesce.
​E io cosa faccio? Ovviamente provo ad incoraggiarlo e a rassicurarlo. Giusto? Sbagliato? Non lo so, io vorrei restare umana, nonostante tutto. Ma il colpo di grazia lo dà lui quando mi scrive chiedendomi se, nonostante il fatto che mi avesse mollato nel momento peggiore della mia vita, avessi comunque voglia di continuare a prendermi cura di lui.
​Prendermi cura di lui? Di colpo si accende la lampadina su quello che avevo fatto per la nostra intera relazione. "Buongiorno", direte voi!
​"Cazzo, mi sta infilando di nuovo il camice e io sto rischiando di cascarci di nuovo!".
​Ci sono risvegli che non arrivano con un bacio come nelle favole, ma con la consapevolezza improvvisa che stai facendo la crocerossina per un uomo che ti nuota in testa mentre tu stai disperatamente tentando di non annegare.


​Il colpo di scena (ovvero: la cura miracolosa)

​Finalmente ho detto che no, non mi stava bene quel ruolo, e le sue intrusioni si sono diradate negli anni, ma per farle cessare del tutto ho dovuto metterlo davanti alla sacrosanta verità: "Non credo che abbiamo più nulla da dirci".
​A distanza di poco dall’ultimo messaggio ho saputo che l'uomo che avevo salvato – ma che aveva distrutto me – stava per sposarsi. Senza di me non avrebbe finito i suoi giorni in vestaglia e non provava alcuna vergogna a sposarsi una seconda volta, solo non con me.
​Tutto questo è esilarante, perché l'epilogo più divertente dei grandi disertori sentimentali è fargli cadere la maschera da pagliacci che indossano per raccontarti le loro bugie e capire che non erano uomini "difettosi o irrisolti": semplicemente, aspettavano un'altra persona a cui accollarsi, dimostrando che il miracolo della guarigione avviene sempre... non appena si cambia crocerossina.


​Cosa mi sono portata a casa?

​All'inizio ci si sente svuotate, si passano nottate a piangere, si fa fatica ad immaginare una nuova vita e ci si chiede continuamente: "Dove ho sbagliato?". Poi, un pezzetto alla volta, la nebbia si dirada e capisci che l'errore non era non aver fatto abbastanza, ma aver fatto troppo per chi cercava una badante, non una compagna.
​Ho capito che la mia disperazione iniziale non era solo per la fine di un amore, ma per la paura ancestrale dell'abbandono che si risvegliava. Ho capito che la psicoterapia mi aveva aiutata a smettere di accettare le briciole da chi non sa neanche cosa sia un pasto completo.
​Oggi la mia vita non è perfetta: il dolore cronico complica le cose, la malattia è sempre lì, ma io ho buttato il camice bianco nella spazzatura, guadagnando una quantità infinita di energie che prima spendevo tutte per lui.
​Ho tenuto strette le mie cicatrici, la mia diagnosi e, soprattutto, la mia nuova voce. Ho imparato ad amarmi come nessun altro uomo potrà fare e a non avere paura di contare solo su me stessa quando la vita lo richiede; perché chi ti ama davvero non è un punto interrogativo, ma un valore aggiunto impossibile da non notare.
​E ho capito una cosa fondamentale da lasciare a chi legge: la solitudine fa paura solo finché non realizzi che è infinitamente più comoda di una stanza condivisa con qualcuno che pretende di essere salvato mentre ti spinge sott'acqua.
​

Se anche a voi è capitato di attraversare tempeste del genere e avete voglia di condividere il vostro pezzo di strada, sappiate che qui c’è uno spazio sicuro per farlo. Vi leggo e vi abbraccio.


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